8 Giu
Come al solito c’era grande attesa e ieri, in occasione del Worldwide Developers Conference di San Francisco è stato finalmente presentato il nuovo iPhone, la quarta generazione del rivoluzionario smart-phone concepito dal guru di Apple Steve Jobs.
Il device, riprogettato attraverso un design innovativo, che predilige le colorazioni bianco o nero e l’assottigliamento dello spessore (-24% rispetto al 3G), secondo Apple “è dotato di oltre cento nuove funzioni” e già “detiene una quota di mercato tre volte superiore a quella di Google Android”.
La quarta generazione del Melafonino sembra davvero rappresentare un prodotto di rottura nell’universo della telefonia, grazie anche al nuovo giroscopio in dotazione, che gli garantisce ottime prestazioni anche quando vengono lanciate apps di tipo ludico.
La definizione stessa del display è notevole, 5 milioni di pixel (4 volte più precisa rispetto al suo predecessore) e anche la batteria ha una durata decisamente maggiore, ormai paragonabile a quella dei laptop più aggiornati, permettendo conversazioni di 7 ore o 300 minuti di stand-by. Infine, da segnalare la nuova telecamera frontale a flash led, da cui è attivabile l’opzione cancellazione audio dall’ambiente, nonché il wi-fi, idoneo ad attivare conversazioni in chat attraverso la rete wireless.
Capitolo prezzo: la nuova release del prodotto, in Italia in vendita dal prossimo mese, dovrebbe costare come la precedente. Questo, almeno in teoria, dovrebbe incoraggiare l’acquisto del 4G al posto del vecchio modello, che sarà così gradualmente e “spontaneamente” sostituito sul mercato. Non a caso il claim preferito da Jobs è: “Non vorrete più tornare indietro!”.
Notizie, insomma, sicuramente gradite dal settore retail, ma – perché no – anche dai soggetti business: mai come stavolta Apple ha tentato di unire l’utile (il lavoro) al dilettevole (il divertimento).
25 Mag
I grandi player di mercato che, a causa dei servizi offerti, sono in possesso dei dati sensibili dei propri clienti cercano continuamente nuove strategie per implementare e migliorare la sicurezza informatica dei loro spazi. Qualche tempo fa avevamo trattato l’argomento della cancellazione dei dati offline, ma è evidente che con lo sviluppo della comunicazione in rete i pericoli principali provengono dal phishing e dalla truffe online.
Gli utenti (non tantissimi nel nostro Paese, rispetto ad altre realtà) che gestiscono il proprio conto o le proprie informazioni in remoto rischiano perennemente di veder violati i loro profili attraverso azioni di hackeraggio talvolta rozze, in altri casi peraltro molto sofisticate. Come reagire, dunque?
L’anno scorso, ad esempio, Poste Italiane, insieme a Polizia di Stato e United States Secret Service, ha creato la prima European Crime Task Force, che si riunirà nuovamente il prossimo mese a Roma per definire il suo piano d’azione nel medio periodo. In particolare, l’azienda italiana è da molto tempo impegnata nel settore sicurezza, tanto dal punto di vista informativo e comunicativo, sensibilizzando in maniera costante i propri clienti, quanto da quello tecnico, avendo da poco introdotto il cosiddetto Personal Card Reader (PCR), un dispositivo in grado di generare codici univoci al momento dell’operazione conclusa dall’utente.
Inoltre, la società gestisce due sedi operative sul territorio nazionale che mettono in atto azioni di prevenzione e di aperto contrasto alle frodi. Nel primo caso si tratta di monitorare tutte le transazioni condotte, censendo continuativamente i websites sospettati di condurre azioni di phishing; nel secondo l’obiettivo immediato è quello di oscurare il sito individuato, con una velocità e una precisione che, nel caso di Poste, risultano universalmente apprezzate.
Infine, anche la carta Postepay sarà soggetta ad operazioni di rafforzamento della sicurezza entro il 2010. In particolare, sarà introdotto un sistema di generazione di codici usa-e-getta, sul modello di alcuni istituti di credito italiani come Unicredit, che ha adottato un protocollo simile ormai da qualche anno.
Fonte: Key4biz
18 Mag
Semestralmente GfK Eurisko consuce una ricerca finalizzata a comprendere l’impatto che il web ha sui consumi quotidiani e sul vissuto della cittadinanza italiana. Attraverso la raccolta e la comparazione di tali dati è quindi possibile fare luce su uno dei fenomeni culturali più rilevanti (e preoccupanti) degli ultimi anni, quello del digital divide, cioè della disparità di comportamento verso i media digitali (in particolare internet) esistente tra le varie fasce di popolazione.
Inutile sottolineare come tale analisi possa rivelarsi preziosa per il versante business, non solo per le aziende che operano direttamente nel comparto, ma anche per quelle che attraverso le nuove tecnologie promuovono o vendono i propri prodotti e servizi tramite e-commerce.
I tre fattori che più incidono sul digital divide sono quello economico, quello infrastrutturale e quello culturale, legato cioè al cosiddetto “analfabetismo informatico”. Il primo e il secondo, per esempio, nel nostro Paese colpiscono in modo particolare gli immigrati, i quali hanno difficoltà di connessione semplicemente per il fatto che spesso non possono utilizzare una linea telefonica fissa per accedere al segnale, mentre l’accesso tramite tecnologie mobili presenta (per ora) costi per loro proibitivi. Per quanto riguarda il terzo fattore, a essere maggiormente penalizzati sono tanto gli anziani quanto coloro che hanno raggiunto un basso grado di istruzione.
Di certo internet è considerato utile da molti (75% dei soggetti intervistati), e addirittura viene indicato dal 79% del campione come il futuro della società. Ciò fa capire che la tematica dell’accesso alla Rete rappresenta quasi universalmente una vera e propria questione di cittadinanza, oltre che un elemento di innovazione.
In generale, pur esistendo delle disparità riguardanti l’utilizzo del web legate tanto al territorio quanto al genere (si connettono più uomini che donne, più cittadini del Nord che del Sud o delle isole), il vero discrimine per l’accessibilità al web sembra essere rappresentato da due fattori: età, appunto, e istruzione. Per dare un’idea, e considerando i tre mesi che precedono l’intervista, la penetrazione di internet è pari al 5% tra gli over 64 e all’85% tra i ragazzi che hanno tra i 14 e i 17 anni. In più, accede al web il 40% di coloro che hanno terminato la scuola dell’obbligo, il 67% dei diplomati e l’81% dei laureati. Isolando la componente professionale, inoltre, si delineano dei divari consistenti in termini percentuali tra le varie fasce. Ecco alcuni dati di penetrazione: pensionati: 8% di accessi; casalinghe: 12%; operai, artigiani e commercianti: <50%; studenti: 90%; quadri e dirigenti: 87%; impiegati, professionisti e insegnanti: 70%. In questo senso la differenza più consistente emerge dunque tra le componenti sociali che svolgono un lavoro intellettuale (al di là del reddito) e quelle che si dedicano a mansioni operative o manuali: in fin dei conti, insomma, la dedizione verso le attività connesse al web deriva da un mix di disponibilità, elasticità mentale, interesse e “competenza testuale” nel fruire di contenuti che, anzitutto per caratteristiche logiche, si discostano nettamente dall’impostazione “old media”.
Fonte: Edmondo Lucchi su Social Trends – GfK Eurisko, maggio 2010
11 Mag
Con lo scopo di sensibilizzare gli Executive di Business ai temi della tecnologia è nato lo scorso anno il progetto culturale ICT4Executive, dapprima come serie di Newsletter verticali dedicate a specifiche community e, da questo mese, come periodico bimestrale.
- La Newsletter ICT4SupplyChain si rivolge a manager, professional ed executive che si occupano di gestione della Supply Chain, della Logistica e degli Acquisti, presentando esperienze di successo e approfondimenti sulle tematiche più attuali, con particolare attenzione alle innovazioni apportate dall’ICT. L’obiettivo è quello di concorrere ad accelerare l’innovazione per migliorare i processi, le relazioni con i fornitori e la visibilità della filiera in generale.
- La testata digitale ICT4Health indirizza invece le esigenze di informazione di tutti gli attori operanti nel settore sanitario e interessati all’innovazione come leva per migliorare i servizi ai pazienti e l’efficienza organizzativa. All’interno dells pubblicazione è possibile trovare un’accurata selezione di articoli di scenario, opinioni di esperti e best practice italiane e internazionali focalizzate sull’utilizzo dell’ICT a supporto dei processi clinico-sanitari e amministrativi.
- La newsletter ICT4PMI si rivolge ad imprenditori e manager delle PMI italiane, per aiutarli a comprendere la rilevanza strategica delle ICT ai fini della competitività e dello sviluppo delle proprie imprese. Presenta approfondimenti sui benefici derivanti dall’adozione di tali tecnologie e numerosi casi reali di utilizzo.
- La Newsletter ICT4eInvoice è concepita per aggiornare con cadenza bisettimanale professionisti e imprenditori attraverso approfondimenti che spaziano su tutte le tematiche più attuali della Fatturazione Elettronica, con Business Case che sintetizzano le esperienze di chi ha già realizzato progetti.
- La Newsletter Enterprise 2.0, infine, aiuta a comprendere il fenomeno emergente delle applicazioni web 2.0 utilizzate a scopo aziendale, dimostrando che l’Enterprise 2.0 può essere di fatto considerato come un fenomeno di “rottura” dei modelli organizzativi classici, con l’apertura dei confini ad attori “esterni” (clienti, fornitori, partner), il ripensamento dei tradizionali schemi di collaborazione e relazione funzionali e gerarchici e la messa in discussione di stereotipi rigidi relativi allo spazio e all’orario di lavoro.
Il bimestrale si propone dunque di completare l’offerta editoriale ICT4Executive, in un contesto produttivo in cui la tecnologia fatica ancora molto a varcare i confini delle direzioni ICT, restando troppo spesso un tema da “addetti ai lavori”. La strada da percorrere è quella del dialogo fra i CIO e gli Executive di Business – il direttore Marketing, il Chief Financial Officer, il Supply Chain Manager e via dicendo -, dato che esso si presenta come fattore critico in molte organizzazioni pubbliche, private e no-profit.
In bocca al lupo!
4 Mag
Mercoledì 19 maggio, presso il Politecnico di Milano, si terrà il convegno: La fatturazione elettronica in Italia: reportage dal campo, promosso dall’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione della School of Management del Politecnico di Milano.
Il programma prevede innanzitutto la presentazione della ricerca annuale dell’osservatorio in tema di fatturazione elettronica, con particolare riferimento ai seguenti temi:
In più, è prevista una sezione pomeridiana di approfondimento che vedrà la partecipazione di alcuni testimoni ed esperti, tra cui: Filippo Caravati, Dottore Commercialista Studio Caravati; Omar Imberti, Area Manager e Key User EDI Scame Parre; Mara Mocchetti, Head IT Back Office Novartis; Mauro De Vecchi, Direttore Area ICT e Supply Chain Terry Store-Age e Antonio Nuzzolo, Funzionario Agenzia delle Entrate.
Per ulteriori informazioni è possibile visitare il sito osservatori.net o scaricare la brochure informativa
I partner della ricerca: Consorzio CBI, Indicod-Ecr, Consorzio Dafne, Ediel, Metel, CNDCEC – Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, Assinform, AssoSoftware, BSC Consulting, Capgemini, Credemtel, Easygov, Fujitsu, Gruppo ICBPI, Intesa Sanpaolo, MetalC, Olivetti, Poste Italiane, Quercia Software, Tesi, Unicredit Corporate Banking, Adiuto, Adobe, eBilling, Edicom, Imaging Progetti, Infocert, Intesa, Intesi Group, Kalyos, O&SI, Poligrafica San Faustino, Sec Servizi, SIA-SSB, Sistemi, Tas Group, Xerox e Zucchetti.
27 Apr
Solitamente a livello aziendale il problema che ci si pone a proposito dei dati informatici è: “che speranze ho di recuperarli se li ho persi?”. In realtà esistono delle precise fonti normative che regolano la questione opposta: “come posso cancellare definitivamente le informazioni da un hard disk”? Effettuando una tipica cancellazione dai comuni hard disk, infatti, non si ottiene l’effettiva sparizione delle informazioni: di fatto, anzi, esse rimangono impresse sul dispositivo, solo che lo spazio che occupano è reso disponibile alla scrittura.
Le strade indicate dal Garante della privacy per eseguire una cancellazione sicura sono due: la sovrascrittura e la demagnetizzazione. Nel primo caso l’hard disk non viene distrutto, ma “bonificato”, appunto, attraverso una riscrittura su tutti i settori; utilizzando il secondo metodo, invece, il supporto viene reso inservibile. Esistono ovviamente delle aziende specializzate in grado non solo di compiere tali operazioni ma, cosa ancora più importante, di certificare l’avvenuta cancellazione (sicura) del device.
Con la modifica del decreto legislativo 196/03, principale riferimento in materia, il Garante per la privacy ha inoltre intrapreso una direzione più restrittiva. Se fino al 2008, infatti, era necessario eliminare dal dispositivo aziendale i dati cosiddetti “sensibili” relativi alle persone qualora il computer fosse ceduto a un terzo o destinato allo smaltimento, dopo la modifica l’obbligo di eliminazione è stato esteso a tutti i dati personali (di cui quelli sensibili sono evidentemente un sottoinsieme).
Purtroppo la percentuale delle aziende che si sono già adeguate a tale normativa è ancora troppo bassa, e sarebbe il caso di sensibilizzare tutte le componenti del tessuto produttivo affinché facciano un passo in avanti in questa materia. Il rischio per gli imprenditori che, anche inavvertitamente, non si allineassero alle regole sopra citate, è di incorrere nell’illecito penale.
Fonti:
Alessandro Bordin su Hardware Upgrade
20 Apr
Gestire le risorse comunicative di un’azienda, piccola o grande che sia, è un compito che le innovazioni tecnologiche stanno rendendo sempre più “semplice”, da un lato, e “complesso”, dall’altro. In generale si tratta di connettere in modo funzionale l’uso delle tecnologie stesse e il know-how (ma anche l’intuito) di figure qualificate e abituate a gestire i meccanismi della comunicazione.
L’estrema differenziazione e moltiplicazione dei media digitali continua a richiedere una sempre maggiore definizione dei target da colpire. Al linguaggio generalista di tipo one-to-many, quello che ancora ha la meglio in alcuni settori del BtoC (un esempio classico è quello del flyeraggio) si stanno sempre di più sostituendo dinamiche di narrowcasting (one-to-few), soprattutto nell’ambito enterprise, in cui naturalmente si tende a trasformare il rapporto in one-to-one in fase di vendita, release del prodotto/servizio e fidelizzazione.
E’ chiaro che per un’azienda la scelta della strategia giusta è direttamente legata al tipo di prodotto offerto (l’apparentemente banale passaparola, per esempio, svolge tuttora un ruolo fondamentale non solo per le PMI, ma anche per i grandi player), ma il direct marketing continua ad avanzare nella gerarchia delle preferenze tanto degli imprenditori-mittenti quanto degli imprenditori (o dei consumer)-destinatari.
All’interno del direct marketing, inoltre, anche se il mezzo più utilizzato resta la mail massiva, costituita da un database più o meno ampio di indirizzi targetizzati, i motori di ricerca e, soprattutto, i social network stanno consolidando la loro posizione di dispositivi affidabili in grado di generare buoni ritorni sull’investimento.
La migliore soluzione, come spesso accade, sembra dunque quella di porre in atto una strategia integrata basata su un approccio variabile, a seconda delle esigenze. In fase di proposta o di lancio di un prodotto, per esempio, è opportuno far leva su un messaggio “avvolgente” composto da mail di massa, pubblicazioni su spazi web e annunci a pagamento (sul modello Google Adwords), mentre i passaggi successivi, dal contatto diretto al customer care, è bene concentrare le energie su un flusso informazionale più mirato.
Naturalmente la pianificazione rimane il fattore essenziale, e quello che conta, sia in fase di definizione del workflow che di budgeting, è considerare le iniziative di visibilità alla stregua di tutte le altre operazioni di natura gestionale, mettendo in atto una vera e propria governance dei processi di comunicazione.
Fonte immagine: Gravity summit su Slideshare
13 Apr
Tra le leve che le aziende usano per coinvolgere i loro target interni ed esterni, i video stanno assumendo un ruolo centrale.
Per Francesco Maria Gallo, External & Internal Relations Manager di Manpower, il reale valore aggiunto dei video rispetto alla comunicazione con altri mezzi, “sta nella capacità stimolare l’emozionalità e, con le nuove tecnologie, l’interattività”.
Dai risultati di una ricerca condotta dall’Osservatorio Bocconi sulla Business Tv nel 2008 emerge che il 30% delle più importanti realtà italiane per fatturato e numero di dipendenti utilizza i video per comunicare con pubblici diversi, soprattutto nei settori delle Assicurazioni, delle Telecomunicazioni, dell’editoria, dei media e dell’ICT. Le piccole e medie imprese, invece, per ora appaiono più lente nell’utilizzo dei video, ma Gallo è convinto che la situazione cambierà, molto presto, semplicemente perché anche le PMI devono “adeguarsi a ciò che richiede oggi una società che non è non più della comunicazione ma della relazione”.
Per quanto riguarda i contenuti, dopo una prima fase caratterizzata dalla semplice declinazione del modello televisivo tradizionale in un contesto in cui il protagonista è l’azienda, le imprese si avviano a diventare protagoniste attive di proposte originali, iniziando a vestire i panni dell’editore per creare contenuti audiovisivi innovativi e coerenti con la propria identità.
Il graduale ingresso della business tv in azienda sta portando una ventata generale di innovazione nella comunicazione interna ed esterna, e le imprese accrescono in tal modo la propria forza comunicativa, facilitando le proprie capacità relazionali. Esse, ad esempio, generando contenuti video sulla Intranet,possono valorizzare gli aspetti che hanno maggiore impatto sul rapporto di fiducia con i dipendenti, come la cultura aziendale, i casi di successo o la capacità innovativa. E anche la formazione diventa più tempestiva e meno onerosa.
Fonte: Patrizio Di Nicola e Tonia Basco su Brand Care magazine 004
6 Apr
La curiosità era parecchia: dopo mesi di congetture, presentazioni ufficiali, ipotesi, valutazioni di mercato, analisi delle controproposte dei competitors, ecco che l’iPad Apple – l’ultima creatura in ordine di apparizione lanciata da Steve Jobs – ha debuttato negli store USA.
Anzitutto le cifre: 300mila pezzi venduti nel giorno del lancio (tra prenotazioni e ritiro diretto), 250mila e-books e 1milione di applicazioni. Considerando che il mercato ancillare, costituito soprattutto dai libri e gadget “virtuali” acquistabili online, rappresenta una fonte fondamentale per migliorare i margini della casa di Cupertino, le cifre non sono niente male…
Certo, le polemiche continuano: secondo qualcuno iPad non è che un iPhone più grande e più resistente, secondo altri la struttura “chiusa” del sistema operativo, che permette di incrementare gli applicativi presenti nel device solo tramite operazioni di jailbreak, ne limita di molto l’usabilità per gli uitenti. In più, un’autorevole rivista specializzata, PC World, ha messo a dura prova la resistenza del nuovo “gioiellino” Apple attraverso una serie di veri e propri crash-test, concepiti per misurarne le tenuta di fronte a maltrattamenti di ogni tipo (acqua, sporcizia, urti…), ottenendo risultati inferiori a quelli dell’ormai diffusissimo iPhone.
La sensazione, comunque, al di là della lecita e giustificabile eterogeneità delle opinioni riscontrabile tra analisti e blogger, è che nel prossimo futuro sia il segmento dei consumer che quello business (soprattutto con l’imminente release della versione 3G dell’apparecchio) dovranno misurarsi, per l’ennesima volta, con la capacità di Jobs ed Apple di concepire prodotti “di rottura”, in grado di aggiornare e riallineare i consumi nell’intero settore delle tecnologie.
Fonti:
30 Mar
Quando, qualche anno fa, gli esperti hanno iniziato a parlare in modo più organico del social networking etichettandolo come “2.0“, i più accorti hanno abbozzato una previsione che appariva come futuristica, vale a dire la nascita del cosiddetto “3.0“, una entità tecnologico-comunicativa associata al geomarketing.
I dati georeferenziati finalizzati a operazioni di business, effettivamente, stanno assumendo nell’ultimo periodo un’importanza notevole al fine di rendere più efficienti le attività di comunicazione, vendita, distribuzione e customer satisfaction da parte dei player di mercato più all’avanguardia. Tecnicamente ciò è possibile attraverso dei sistemi gestionali chiamati GIS (Geographical Information System), capaci di incrociare e far interagire tra loro informazioni geospaziali con pacchetti di dati alfanumerici, ottenendo in un’unica entità codificabile grafici, statistiche, foto e files multimediali legati a entità territoriali specifiche, favorendo la possibilità da parte delle aziende di scansionare le aree in questione per individuarne le peculiarità in termini di mercato.
Fino a qualche anno fa i soggetti di riferimento in questo campo nel nostro Paese erano l’Ufficio del Catasto e l’Istituto Geografico Militare, mentre in seguito allo sviluppo della Rete e delle tecnologie satellitari si sono moltiplicati i centri informativi in grado di operare in regime di concorrenza, riducendo i costi delle imprese che investono nel settore. Tra questi vanno ricordati molti protagonisti dell’IT che operano (anche) in Italia, come IBM, Accenture, GESP, Nielsen Italia e Value Lab.
Uno dei dati incontrovertibili, almeno finora, è che in Italia non si è formata una domanda paragonabile a quella degli altri sistemi-paese altamente sviluppati, e ciò è senz’altro dovuto a un deficit generale di risorse destinate alla ricerca e all’innovazione. Tale fattore è naturalmente interpretabile come un ritardo, ma – perché no? – anche come una grande opportunità per i soggetti (o anche microsoggetti) virtuosi interessati a sviluppare piattaforme e tools in grado di soddisfare le esigenze dell’universo corporate e di quello consumer.
Del resto molti devices (su tutti l’i-Phone Apple, per intenderci) sono ben lontani dal livello di saturazione per quel che riguarda l’offerta di applicativi georeferenziati destinati ai loro utenti più “smart”. Inoltre, a differenza di qualche anno fa, bisogna tener conto che gli investimenti sui software da parte di chi vuole candidarsi a diventare produttore di contenuti e programmi si sono pressoché azzerati, considerando l’exploit di risorse open source più che affidabili.
Fonti: