Archive for the ‘Soft Strategy’ Category

htc desire

Continua la corsa dei produttori di smartphone verso una maggiore nitidezza dell’immagine, con il fine di rendere l’uso dei devices un’esperienza sempre più piacevole e coinvolgente.

Se qualche tempo fa avevamo accennato al possibile impiego di display arrotolabili per costruire i supporti nei prossimi anni e del display da 5 milioni di pixel dell’iPhone 4G,  in questo caso parliamo delle strategie della HTC Corporation, la quale in questi giorni annuncia che alcuni dei suoi prodotti, per esempio Nexus One e Desire, saranno arricchiti nei prossimi mesi di un nuovo display denominato Super LCD (SLCD).

Per Peter Chou, CEO di HTC Corporation

HTC sta riscontrando un’alta richiesta di telefoni, specialmente tra quelli dotati di schermo da 3.7 pollici. Il nuovo display SLCD ci permette di incrementare rapidamente la nostra capacità produttiva e far fronte così all’aumento della domanda . Lo schermo SLCD offre ai nostri clienti un’esperienza visiva paragonabile a quella degli attuali display HTC da 3.7 pollici garantendo inoltre alcuni benefit aggiuntivi, tra i quali le prestazioni della batteria.

Il SLCD – ritrovato della Sony – rappresenta attualmente lo stato più avanzato della tecnologia LCD, e si differenzia dai suoi predecessori per la potenza, la nitidezza, il bilanciamento dell’immagine e un più ampio angolo di visualizzazione, che rende complessivamente più realistica l’esperienza di visione. Il video che segue evidenzia, ad esempio, le differenze tra questo protocollo e il Super AMOLED montato dalla Samsung.

Per ora nessuna conferma ufficiale sulla notizia da parte del produttore con sede a Taiwan, ma nei prossimi giorni ne sapremo senz’altro di più.

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  • ICT verde: nuove soluzioni per l’innovazione

    ICT verde

    L’attenzione verso le green economy sta producendo interessanti riflessioni e progetti intorno al tema della produttività “pulita”, sia dal punto di vista enterprise che istituzionale.

    Negli ultimi mesi, ad esempio, il Working Party on the Information Economy (organo OCSE) ha cominciato ad analizzare il ruolo dell’ICT nella produzione di servizi sostenibili, evidenziando interessanti e positivi risultati.

    Anzitutto, il settore dell’Information and Communication Technology genera in sé il 2% sul totale delle emissioni, con evidenti potenzialità di riduzione che, grazie all’utilizzo di strategie adeguate, potrebbero riguardare anche il restante 98% dei fattori inquinanti, prodotti negli altri comparti economici.

    Inoltre, esiste uno studio sul ciclo economico post-crisi che mette chiaramente in luce la possibilità di generare nuovi posti di lavoro connessi a tale meccanismo di razionalizzazione, con l’opportunità di creare molte risorse occupazionali con competenze e compiti innovativi.

    In altri termini, il fenomeno della crescita verde, oltre a essere potenzialmente in grado di massimizzare l’utilizzo di fonti pulite potrebbe dar vita alla conversione dei vecchi segmenti industriali, ma anche creare operativamente un nuovo modello di business.

    In generale, strategie di governance dei processi più intelligenti possono contribuire in maniera decisiva a creare forme d’innovazione ecosostenibili, migliorando il workflow dei gruppi e l’efficienza energetica delle strutture produttive. Il modello del cosiddetto “ICT verde” va in questa direzione.

    Per approfondire

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  • gioco online

    3,8 miliardi di euro di raccolta solo nell’anno 2009, di cui 600 milioni  generati da utenti italiani; 2,8 milioni di account movimentati almeno una volta nei 12 mesi; 150 operatori di settore (due terzi dei quali di piccole dimensioni), con i primi dieci che raccolgono circa il 70% delle risorse.

    Sono solo alcune delle cifre della prima ricerca condotta dall’Osservatorio Gioco Online (Politecnico di Milano, Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato – AAMS e Sogei), concepita al fine di indagare uno dei più grandi business legati al settore dell’intrattenimento, cioè il gaming in remoto, per cui spendiamo le stesse cifre che destiniamo al cinema, il doppio rispetto al teatro, e ben il triplo rispetto al calcio.

    Si tratta di un segmento che presenta tassi di crescita sorprendenti, e comunque superiori a quelli mai avuti da qualsiasi mercato avviato attraverso le tecnologie digitali, compresi l’e-commerce, la pubblicità su internet, i media contents per  digital tv e cellulari. Ulteriori incrementi d’us0 (e di fatturato per i player), tra l’altro, sono previsti e potranno concretizzarsi nel momento in cui gli smartphone saranno idonei a processare in modo ancora più veloce i software di gioco.

    Strategicamente gli operatori del settore possono essere suddivisi in cinque principali famiglie: 1) gli operatori nazionali multicanale, che sono 10, concentrano il 36% della raccolta e offrono anche servizi erogati nella rete di vendita fisica;  2) gli operatori locali multicanale – provenienti spesso dal settore microgame – che generano il 21% della raccolta e promuovono l’online tramite la rete vendita fisica; 3) gli operatori nazionali pure player, entrati attivamente nel settore del gaming solo da quando si è sviluppato l’online; 4) gli operatori internazionali pure player, che basano il loro fatturato in modo diffuso su questo core (i gestori del poker online, per intenderci); 5) gli operatori internazionali multicanale, inizialmente focalizzati sul gioco basato su rete fisica, che hanno successivamente investito nel web.

    Un settore, insomma, che se da un lato è al centro delle polemiche per la sua presunta tendenza a cannibalizzare senza scrupoli i piccoli risparmiatori, dall’altro sembra rappresentare un’opportunità di business reale, anche per molte aziende il cui  core non è rappresentato dal gaming stesso.

    Tutti, produttori di innovazione tecnologica, esperti di process engineering, fornitori di servizi IT, addetti all’information security, software houses e produttori di devices, sembrano allertati, interessati come sono a prevedere, ed eventualmente a cavalcare, gli sviluppi di un fenomeno ormai di massa.

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  • Tutti i lati della consulenza

    funzioni_della_consulenza

    Elogiato o vituperato, “inquadrato” o indipendente, interno o esterno…. Il ruolo del consulente è spesso difficile da incasellare all’interno di schemi costituiti. Quasi sempre, poi, la sua figura si associa al concetto di cambiamento, e in molti casi  precorre e prepara grandi mutamenti nelle singole organizzazioni, se non in interi comparti produttivi.

    Poco tempo fa su Marketing Personale è apparsa un’interessante riflessione sul tema, accompagnata da una classificazione ragionata dei vari ruoli che un consulente può assumere. Lo schema si basa su due variabili: “il grado di autonomia o di dipendenza nelle svolgimento dei propri compiti e la funzione progettuale o più meramente esecutiva nell’ambito del proprio incarico”.

    Secondo tale ragionamento risulterebbero 8 caratteri tipici della consulenza, connessi a 8 diverse figure: l’Apripista, cioè colui che detiene “piena delega e sostegno dall’azienda” per indicare nuove rotte e progettare in autonomia; il Facilitatore, a cui viene richiesto di aiutare l’azienda-cliente lungo la strada del cambiamento e dell’adeguamento a nuovi scenari; il Termine di Paragone, che funge da benchmark, da indicatore di qualità rispetto al percorso intrapreso; la Voce del Padrone, che si rende portavoce delle istanze della proprietà o dei vertici aziendali al fine di promuovere e accompagnare il piano; il Parafulmine, cioè colui che media tra le istanze di diverse aree aziendali o di diversi manager; il Corpo estraneo, vale a dire il consulente imposto dalla proprietà o dai vertici aziendali e purtroppo inviso al personale il più delle volte; il Vaso di Coccio, colui che viene chiamato senza troppa convinzione a sostituire un manager, e senza che gli siano conferiti riconoscimenti o ruoli ben definiti; e infine il Capro espiatorio: la figura paradossale di chi viene coinvolto in un processo di razionalizzazione affinché si prenda la responsabilità delle scelte più impopolari.

    Lo spunto è senz’altro interessante, e immaginiamo riguardi da vicino molti dei lettori di questo spazio… :)

    Per approfondire: Brand Care magazine 001

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  • Rendere un sito mobile-friendly con Onbile

    onbile

    La massima secondo cui i blog sono fatti per essere scritti, più che per essere letti (a sottilinearne l’impressionante impennata), pare continui a conservare una certa verosimiglianza.

    Da anni, ormai, è possibile aprire in pochi passaggi un blog (o un sito, anche se sempre di più la differenza, soprattutto tecnica, tra le due tipologie tende ad annullarsi) e iniziare a postare i propri contenuti o quelli della propria organizzazione.

    Nella prima epoca del web i siti rappresentavano una sorta di status symbol, ed erano indice, se non di capacità di investimento, di un bagaglio tecnico avanzato, tanto che la loro pubblicazione aveva  quasi sempre una motivazione commerciale (i cosiddetti siti-vetrina). Successivamente, con l’entrata in scena dei blog, il codice degli internauti ha iniziato sempre di più ad avere un taglio conversazionale, che progressivamente ha riguardato anche il settore enterprise (corporate blog). A quel punto la strada era definitivamente spalancata anche ai social network e alle piattaforme cross-mediali.

    Da qualche giorno ciò che sta attirando l’attenzione degli esperti ICT è una piattaforma concepita per creare in pochi, facili step uno spazio web per l’universo mobile. Si chiama Onbile, e richiede una registrazione con nome utente, password e account mail; dopodiché permette di selezionare un template (in parte personalizzabile), di nominare il sito, di popolarlo con dei contenuti HTML e di fornire al servizio un url per l’RSS Feed, al fine eventualmente di rimpallare le news direttamente dal nostro spazio web, ottimizzandole per i devices portatili.  Ultimata la configurazione, sarà sufficiente immettere l’indirizzo del nostro dominio e Onbile ci invierà la stringa di codice da “impiantare” nella nostra pagina originale.

    Onbile è compatibile con iPhone, Blackberry, Windows Mobile, Android, Wordpress, Joomla e tanto altro. Forse è il caso di provarlo…

    Mobile Templates from Mobile Templates on Vimeo.

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  • A causa della loro estensione la gestione dei files contenuti nei nostri computer, e soprattutto in quelli dell’azienda in cui lavoriamo, può risultare difficoltosa.

    Negli ambienti professionali, in cui le incompatibilità rischiano a volte di determinare perdita di informazioni o ritardi nella lavorazione dei dati e, di conseguenza, nella consegna del pacchetto definitivo al cliente, tali problematiche possono avere un peso notevole. Se consideriamo poi le realtà che hanno a che fare con formati di salvataggio diversi perché integrano o “assemblano” dati che provengono da più fonti, la questione può assumere la difficoltà di un rompicapo. Si pensi per esempio agli scambi tra le società di comunicazione e le tipografie, che hanno subito un piccolo shock con la release della CS4 Adobe, quando alcuni esecutivi di stampa hanno iniziato a risultare parziali o illeggibili.

    Da un lato, insomma, il digitale ci sta portando verso un sistema di scambio che richiede un’alto grado di uniformità nella decodifica di applicazioni e supporti; dall’altro le logiche di mercato esigono che i produttori di software cerchino di differenziarsi rispetto ai propri competitors,  per cui a programmi o releases nuovi, teoricamente dotati di una portata innovativa, corrispondono spesso nuove estensioni proprietarie.

    Uno dei casi più evidenti è rappresentato l’estensione XML che Microsoft adottò qualche tempo fa, contestualmente all’uscita del pacchetto Office versione 2007. Secondo il produttore le estensioni .docx, .pptx e così via presentano evidenti vantaggi in termini di compressione dei file, ripristino dei file danneggiati, rilevazione di documenti contenenti macro, garanzie di riservatezza, controllo sulle informazioni personali e interoperabilità dei dati business. Molti però ricorderanno che, specie nel primo periodo, le difficoltà di scambio tra coloro che possedevano una versione di Office antecedente al cambiamento e coloro che si erano già adeguati furono evidenti.

    Fortunatamente, ad ogni modo,  esistono alcuni siti specializzati, come freefileconvert.com , che semplificano in parte la questione. Nel caso di questo applicativo online si fa l’upload del file dall’estensione “indesiderata”, si processano le informazioni scegliendo il formato ideale di output e, infine, si procede attraverso il download del nuovo file, uguale a quello originale, ma dalla denominazione differente. Un modo semplice, veloce e gratuito per gettare un ponte tra i soggetti di un processo comunicativo in teoria banale, come costruire un database su un foglio Excel e condividerlo coi propri colleghi, ma di fatto fondamentale per portare a compimento una prestazione d’opera o una consulenza.

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  • Il sistema di indicizzazione su cui si basa Google subirà nel prossimo periodo un cambiamento radicale. Da qualche mese, infatti, è in fase di sperimentazione avanzata Google Caffeine, un nuovo modo di censire e richiamare le pagine della Rete che – secondo gli ingegneri del gruppo fondato da Larry Page e Sergey Brin – ha dato risultati molto apprezzabili, ed è quindi considerato idoneo a soppiantare la “vecchia” architettura.

    Per spiegarla in termini intuitivi, sino ad ora il motore di ricerca più famoso del mondo si è basato su algoritmi che idealmente danno luogo a una stratificazione di contenuti. Al livello di superficie si pongono i dati aggiornati con maggiore frequenza, quelli messi a disposizione dell’utente in maniera veloce; negli strati più profondi, invece, trovano spazio le nuove pagine, le quali, per essere rintracciate e analizzate, devono attendere che gli “spider” passino e le individuino. Questo perché l’operazione di ricerca è alquanto laboriosa, visto che per aggiornare uno strato occorre analizzare l’intero web, e l’intervallo minimo che intercorre tra un censimento e l’altro è pari a due settimane. Ora non sarà più così.

    L’innovazione sta nel fatto che d’ora in avanti il web verrà suddiviso in porzioni dello stesso livello di importanza, e l’indice verrà aggiornato continuamente e globalmente.

    Per questo, non appena si scoverà una nuova pagina, essa verrà messa direttamente a disposizione di tutti: una vera e propria rottura delle gerarchie, che conferirà freschezza ai contenuti e maggiore velocità di indicizzazione.

    La novità è senz’altro molto rilevante, soprattutto per coloro che sul web hanno costruito il proprio business: in osservanza delle nuove “regole” bisognerà senz’altro rimodulare le strategie di SEO sinora applicate, stringendo i denti e non facendosi abbattere da un eventuale abbassamento del proprio Page Rank (una sorta di scala che, con valori che vanno da 1/ a 10/10, misura la bontà, l’efficacia, e in definitiva la capacità di penetrazione sul target di un sito web).

    Ma perché questa rivoluzione, dal momento che i più esperti erano ormai riusciti a teorizzare una vera e propria disciplina fondata sui dettami di Analytics? Beh, la risposta ufficiale, come detto, è: velocità (valutabile con strumenti come Page Speed). In effetti, però, l’ipotesi più veritiera è quella che chiama in causa la concorrenza di “BigG”, cioè bing, il motore di ricerca inventato da Microsoft, in grado di censire anche le pagine interne dei macroportali (compresi gli spazi dei social network, che ormai contengono informazioni di mercato importantissime riguardanti gli stili di consumo degli utenti). Caffeine, insomma, leggerà quello che sinora il Gigante di Mountain View non era riuscito a leggere: le pagine interne dei grandi “aggregatori di identità”, le piazze virtuali in cui vige la cultura conversazionale dell’uomo medio della Rete, più che la logica-vetrina di tipo aziendale. Tradotto in altri termini: più informazioni, e più aggiornate, per i player di mercato, che sapranno continuamente come cambiano i gusti dei pubblici.

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  • Come al solito c’era grande attesa e ieri, in occasione del Worldwide Developers Conference di San Francisco è stato finalmente presentato il nuovo iPhone, la quarta generazione del rivoluzionario smart-phone concepito dal guru di Apple Steve Jobs.

    Il device, riprogettato attraverso un design innovativo, che predilige le colorazioni bianco o nero e l’assottigliamento dello spessore (-24% rispetto al 3G), secondo Apple “è dotato di oltre cento nuove funzioni” e già “detiene una quota di mercato tre volte superiore a quella di Google Android”.
    La quarta generazione del Melafonino sembra davvero rappresentare un prodotto di rottura nell’universo della telefonia, grazie anche al nuovo giroscopio in dotazione, che gli garantisce ottime prestazioni anche quando vengono lanciate apps di tipo ludico.

    La definizione stessa del display è notevole, 5 milioni di pixel (4 volte più precisa rispetto al suo predecessore) e anche la batteria ha una durata decisamente maggiore, ormai paragonabile a quella dei laptop più aggiornati, permettendo conversazioni di 7 ore o 300 minuti di stand-by. Infine, da segnalare la nuova telecamera frontale a flash led, da cui è attivabile l’opzione cancellazione audio dall’ambiente, nonché il wi-fi, idoneo ad attivare conversazioni in chat attraverso la rete wireless.
    Capitolo prezzo: la nuova release del prodotto, in Italia in vendita dal prossimo mese, dovrebbe costare come la precedente. Questo, almeno in teoria, dovrebbe incoraggiare l’acquisto del 4G al posto del vecchio modello, che sarà così gradualmente e “spontaneamente” sostituito sul mercato. Non a caso il claim preferito da Jobs è: “Non vorrete più tornare indietro!”.

    Notizie, insomma, sicuramente gradite dal settore retail, ma – perché no – anche dai soggetti business: mai come stavolta Apple ha tentato di unire l’utile (il lavoro) al dilettevole (il divertimento).

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  • I grandi player di mercato che, a causa dei servizi offerti, sono in possesso dei dati sensibili dei propri clienti cercano continuamente nuove strategie per implementare e migliorare la sicurezza informatica dei loro spazi. Qualche tempo fa avevamo trattato l’argomento della cancellazione dei dati offline, ma è evidente che con lo sviluppo della comunicazione in rete i pericoli principali provengono dal phishing e dalla truffe online.

    Gli utenti (non tantissimi nel nostro Paese, rispetto ad altre realtà) che gestiscono il proprio conto o le proprie informazioni in remoto rischiano perennemente di veder violati i loro profili attraverso azioni di hackeraggio talvolta rozze, in altri casi peraltro molto sofisticate. Come reagire, dunque?

    L’anno scorso, ad esempio, Poste Italiane, insieme a Polizia di Stato e United States Secret Service, ha creato la prima European Crime Task Force, che si riunirà nuovamente il prossimo mese a Roma per definire il suo piano d’azione nel medio periodo. In particolare, l’azienda italiana è da molto tempo impegnata nel settore sicurezza, tanto dal punto di vista informativo e comunicativo, sensibilizzando in maniera costante i propri clienti, quanto da quello tecnico, avendo da poco introdotto il cosiddetto Personal Card Reader (PCR), un dispositivo in grado di generare codici univoci al momento dell’operazione conclusa dall’utente.

    Inoltre, la società gestisce due sedi operative sul territorio nazionale che mettono in atto azioni di prevenzione e di aperto contrasto alle frodi. Nel primo caso si tratta di monitorare tutte le transazioni condotte, censendo continuativamente i websites sospettati di condurre azioni di phishing; nel secondo l’obiettivo immediato è quello di oscurare il sito individuato, con una velocità e una precisione che, nel caso di Poste, risultano universalmente apprezzate.

    Infine, anche la carta Postepay sarà soggetta ad operazioni di rafforzamento della sicurezza entro il 2010. In particolare, sarà introdotto un sistema di generazione di codici usa-e-getta, sul modello di alcuni istituti di credito italiani come Unicredit, che ha adottato un protocollo simile ormai da qualche anno.

    Fonte: Key4biz

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  • Il digital divide in Italia

    Semestralmente GfK Eurisko consuce una ricerca finalizzata a comprendere l’impatto che il web ha sui consumi quotidiani e sul vissuto della cittadinanza italiana. Attraverso la raccolta e la comparazione di tali dati è quindi possibile fare luce su uno dei fenomeni culturali più rilevanti (e preoccupanti) degli ultimi anni, quello del digital divide, cioè della disparità di comportamento verso i media digitali (in particolare internet) esistente tra le varie fasce di popolazione.

    Inutile sottolineare come tale analisi possa rivelarsi preziosa per il versante business, non solo per le aziende che operano direttamente nel comparto, ma anche per quelle che attraverso le nuove tecnologie promuovono o vendono i propri prodotti e servizi tramite e-commerce.

    I tre fattori che più incidono sul digital divide sono quello economico, quello infrastrutturale e quello culturale, legato cioè al cosiddetto “analfabetismo informatico”. Il primo e il secondo, per esempio, nel nostro Paese colpiscono in modo particolare gli immigrati, i quali hanno difficoltà di connessione semplicemente per il fatto che spesso non possono utilizzare una linea telefonica fissa per accedere al segnale, mentre l’accesso tramite tecnologie mobili presenta (per ora) costi per loro proibitivi. Per quanto riguarda il terzo fattore, a essere maggiormente penalizzati sono tanto gli anziani quanto coloro che hanno raggiunto un basso grado di istruzione.

    Di certo internet è considerato utile da molti (75% dei soggetti intervistati), e addirittura viene indicato dal 79% del campione come il futuro della società. Ciò fa capire che la tematica dell’accesso alla Rete rappresenta quasi universalmente una vera e propria questione di cittadinanza, oltre che un elemento di innovazione.

    In generale, pur esistendo delle disparità riguardanti l’utilizzo del web legate tanto al territorio quanto al genere (si connettono più uomini che donne, più cittadini del Nord che del Sud o delle isole), il vero discrimine per l’accessibilità al web sembra essere rappresentato da due fattori: età, appunto, e istruzione. Per dare un’idea, e considerando i tre mesi che precedono l’intervista, la penetrazione di internet è pari al 5% tra gli over 64 e all’85% tra i ragazzi che hanno tra i 14 e i 17 anni. In più, accede al web il 40% di coloro che hanno terminato la scuola dell’obbligo, il 67% dei diplomati e l’81% dei laureati. Isolando la componente professionale, inoltre, si delineano dei divari consistenti in termini percentuali tra le varie fasce. Ecco alcuni dati di penetrazione: pensionati: 8% di accessi; casalinghe: 12%; operai, artigiani e commercianti: <50%; studenti: 90%; quadri e dirigenti: 87%; impiegati, professionisti e insegnanti: 70%. In questo senso la differenza più consistente emerge dunque tra le componenti sociali che svolgono un lavoro intellettuale (al di là del reddito) e quelle che si dedicano a mansioni operative o manuali: in fin dei conti, insomma, la dedizione verso le attività connesse al web deriva da un mix di disponibilità, elasticità mentale, interesse e “competenza testuale” nel fruire di contenuti che, anzitutto per caratteristiche logiche, si discostano nettamente dall’impostazione “old media”.

    Fonte: Edmondo Lucchi su Social Trends – GfK Eurisko, maggio 2010

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  • Soft Strategy è una giovane azienda italiana specializzata nella progettazione e realizzazione di soluzioni ICT, nonché nella governance dei processi di gestione IT per organizzazioni di medie e grandi dimensioni.

    Soft Strategy risulta un interlocutore preferenziale in grado di: analizzare i requisiti del cliente e progettare la migliore soluzione in funzione degli obiettivi di business che l’azienda intende raggiungere; sviluppare la soluzione progettata e supportare l’azienda cliente nel suo utilizzo; assistere il cliente nel miglioramento dei propri processi di governance dell’Information Technology.

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